Dall’agricoltura servizi ambientali per la gestione delle aree fluviali
Gli strumenti normativi per favorire lo sviluppo delle attività di gestione ambientale sono ormai disponibili ma la remunerazione e le procedure amministrative presentano ancora qualche difficoltà: un caso concreto nella Pianura Padana
Paolo Cielo, Silvia Bertolotto
Nelle aree fluviali il corso d’acqua modifica in varia misura la morfologia delle terre mediante l’attività di erosione e deposizione nell’ambito di un equilibrio dinamico. Il codice civile riconosceva il diritto di «alluvione» dei terreni lasciati liberi dal fiume ai proprietari dei mappali con- termini (artt. 941-947). Tale diritto poteva essere esercitato previo un procedimento amministrativo che stabilisse l’estromissione dei terre- ni dall’alveo e verificasse il titolo di diritto del richiedente. Accanto a ta- le procedimento, che conduceva al- l’acquisizione della piena proprietà dei terreni ex demaniali, era previ- sta la concessione di terreni ancora in capo allo Stato per l’utilizzazione del ceduo o la coltivazione dei pioppi (R.D.L. 18-6-1936 n. 1338).
L’acquisizione delle nuove terre, o il loro utilizzo a vario titolo, compensa- va i proprietari delle perdite fondiarie causate dagli spostamenti dell’alveo attivo con conseguente sommersione di terre fertili.
Con il continuo mutare dell’assetto fluviale, molto più veloce delle pratiche amministrative, lungo le fasce fluviali si è verificata una situazione di indeterminatezza patrimoniale e catastale, non più rispondente alla morfologia e allo stato colturale delle aree golenali. Per contro la crescente disponibilità di attrezzature meccaniche e i contributi agricoli elargiti proporzionalmente al- la superficie coltivata hanno spinto gli agricoltori verso la ricerca di super fici da seminare, con un conseguente utilizzo sempre più intensivo dell’area fluviale.
In particolare le colture a seminativo venivano estese sino ai margini dell’alveo attivo, mentre lanche e zone umide bonificate e i boschi naturali ripariali venivano sostituiti da pioppeti clonali specializzati (AA.VV., 2001) (foto 1).
Gli ecosistemi agricoli così formatisi in sostituzione di quelli naturali si rive- lavano però nel medio termine solo parzialmente produttivi e fortemente esposti ai danni da alluvione, conseguenti a piene sempre più violente e distruttive. L’espansione delle colture agricole, insieme ad altri fattori naturali (mutamenti climatici e il progressivo approfondimento dell’alveo principale del Po e dei suoi maggiori affluenti) e di natura antropica (opere di regimazione idraulica non adeguate, inter venti di escavazione in alveo non controllati), rendeva nel tempo l’area golenale progressivamente più fragile (AA.VV., 1988).
Per le aziende agricole che colti- vano a vario titolo aree demaniali o ex demaniali, sulle quali non è più consentito praticare coltivazioni a fini produttivi, il nuovo corpo normativo prevede la possibilità di divenire soggetti gestori dell’area fluviale a fini ambientali. Occorre presentare una domanda di concessione unitamente a un programma di attività volto alla ricostituzione dell’ambiente fluviale naturale integrato a un sistema agri- colo a basso impatto ambientale (com- ma 4 articolo 32 norme di attuazione del PAI, allegato 7 alla deliberazione n. 1/99 dell’Autorità di bacino del fiume Po). Tale concessione può essere rilasciata anche a titolo gratuito, qualora la superficie interessata ricada in aree naturali protette statali o regionali (decreto legislativo 11-5-1999 n. 152 – Disposizioni sulla tutela delle acque dall’inquinamento e recepimento della direttiva 91/271/Cee, concernente il trattamento delle acque reflue urbane, e della direttiva 91/676/Cee relativa alla protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole).
In particolare il Programma deve indicare in quali zone occorre ripristinare e ricostituire fasce di vegetazione naturale, dove è opportuno convertire le attuali colture verso modelli a basso impatto (impianti di latifoglie da legno a ciclo medio-lungo, complessi macchia- radura) o dove è preferibile conserva- re pratiche agricole tradizionali. Non vi sono limitazioni di superficie minima, tuttavia il programma deve garantire un certo impatto sul territorio prendendo in considerazione superfici di almeno 20-30 ha.
Un caso di studio
Con lo scopo di illustrare un primo esempio di programma di gestione dell’area fluviale, si presenta il caso delle aziende agricole Visconti e Torre d’Isola nei Comuni di Bozzole, Frassineto Po e Valmacca in provincia di Alessandria e Breme e Sartirana Lomellina in provincia di Pavia, che hanno intrapreso un insieme coordinato di iniziative volte a ricostituire, conservare e valorizzare l’ambiente natura- le fluviale. Tali attività sono descritte nel «Programma di gestione dell’area fluviale del fiume Po fra la confluenza dei fiumi Sesia e Rotaldo volto alla ricostituzione e valorizzazione dell’ambiente fluviale tradizionale» (Cielo et al., 2005).
L’area interessata si estende su entrambe le sponde del fiume Po fra la confluenza dei fiumi Sesia e Rotaldo, per una superficie complessiva di circa 760 ha (figura 1). La par- te piemontese (80% della su- per ficie) ricade interamente nel Sistema regionale delle aree protette della fascia flu- viale del Po e in particolare all’interno del Parco fluviale del Po e dell’Orba. I terreni sono compresi nella fasce A (in prevalenza) e B del Psff. Le superfici sono di proprietà privata e demaniale.
Gli obiettivi
La finalità del Programma è la ricostituzione di un ambiente con un buon grado di stabilità ecologica, in cui la componente naturale della fascia limitrofa al corso d’acqua separi l’ecosistema fiume dall’ambiente agricolo tradizionale secondo fasce a grado di naturalità decrescente, a partire dalle sponde del Po verso l’argine, e sia per esso fonte di biodiversità e miglioramento del paesaggio. Le azioni del Programma sono raggruppate in 3 assi d’intervento. Nell’asse 1 sono comprese le azioni di ricostituzione dell’ambiente natura- le e gestione del territorio (predisposizione di fasce di arboricoltura da legno con funzione di filtro tra le zone naturali e quelle a maggior vocazione produttiva – foto 3); conservazione delle zone a va- lenza naturalistica (boschi, arbusteti e praterie – foto 4); inter venti di recupero ambientale di siti degradati.
Le restanti azioni degli assi 2 e 3, sviluppate a livello di progetto preliminare e facoltative per l’azienda, mirano alla valorizzazione dell’economia agroforestale (ecocertificazione pioppicoltura, valorizzazione energetica delle biomasse, gestione a fini ambientali della con- cessione di pesca sul fiume Po) e a una maggiore fruizione dell’area (realizza- zione di percorsi naturalistici, recupero e manutenzione della viabilità rurale, recupero e ristrutturazione di edifici rurali per esposizioni temporanee o permanen- ti, attività di agriturismo, divulgazione e accompagnamento naturalistico).
La redazione del Programma, con i re- lativi accertamenti di natura catastale e patrimoniale, ha richiesto circa 6 mesi di lavoro, mentre 3 anni sono trascorsi dall’inizio delle attività all’ottenimento delle autorizzazioni (figura 2). Sono state effettuate indagini bibliografiche, di tipo catastale, forestale e pedologico. Molto importante è stato l’approccio multidisciplinare per contemplare gli aspetti agricoli, quelli forestali, ambientali e naturalistici. I dati sono stati organizzati e analizzati mediante GIS. Le linee d’inter vento sono state definite in collaborazione con gli enti pubblici coinvolti e in particolare con l’Ente gestore del parco fluviale del Po e dell’Orba.
Il Programma, redatto in bozza e corredato di cartografie e progetti preliminari degli interventi, è stato quindi presentato per l’approvazione. Successivamente sono state inviate le domande di concessione delle aree demaniali ai competenti Uffici delle Regioni Pie- monte e Lombardia. La concessione, richiesta per 30 anni (considerati periodo minimo necessario per la conclusione dei cicli colturali delle piantagioni legnose), è stata rilasciata per 19 anni, eventualmente prorogabili.
Gli inter venti previsti nell’asse 1 han- no preso avvio nel 2000 e, a oggi, sono stati realizzati per il 30% circa. Per il loro finanziamento l’azienda agricola si è avvalsa di contributi pubblici (regolamento Cee 2080/92 e Ce 1257/99 – misure F, H e I) e risorse proprie.
Conclusioni
Le norme sulle aree fluviali impongono cambiamenti nella coltivazione e gestione delle terre rivierasche e golenali. La collettività ha preso coscienza del particolare valore degli ambienti fluviali, che costituiscono preziosi nuclei di naturalità per le aree planiziali e preziose fasce cuscinetto fra le dinamiche fluviali e le aree urbanizzate.
L’attivazione di programmi di riqualificazione e gestione dell’area fluviale può essere una molla per lo sviluppo turistico del territorio, un’occasione di lavoro e di accertamento del contesto patrimoniale e ca- tastale dei terreni limitrofi al corso d’acqua. Oggi, tuttavia, sono ancora pochi i soggetti privati e pubblici che hanno raccolto la sfida della gestione ambientale di queste aree (pre- vista dal decreto presidente consiglio ministri 22-12-2000, ai sensi del decreto legislativo 31-3-1998 n. 112).
Come dimostra il caso pre- sentato, uno fra i primi a livello nazionale, gli agricoltori possono assumere un ruolo fondamentale per la conservazione dell’ecosistema fluviale attraverso l’erogazione di servizi ambientali, come peraltro previsto dal decreto di orientamento e modernizzazione del settore agricolo n. 228 del 18-5-2001 (Orienta- mento e modernizzazione del settore agricolo, a norma dell’articolo 7 della legge 5-3-2001, n. 57). Non si possono nascondere difficoltà di ordine burocratico e di tipo tecnico-operativo, data la complessità dell’ecosistema (Martignani et al., 1998). Tuttavia un corretto approccio metodologico e una buona collaborazione fra privato e pubblico hanno permesso di superare, nel caso analizzato, ogni ostacolo emerso.
Gli aspetti finanziari devono comunque essere ulteriormente considerati, poiché i servizi ambientali e di manutenzione del territorio oggi stentano a offrire adeguate forme di remunerazione per i proprietari e i conduttori dei fondi. Occorrerebbe individuare risorse ad hoc per questo tipo di inter- venti, attingendo magari ai fondi pre- visti dalla legge n. 183 del 18-5-1989 («Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo»), e a quelli della Pac.
Paolo Cielo
Dottore forestale ForTeA studio associato – Torino for [email protected]
Silvia Bertolotto
Perito agrario libero professionista gsber [email protected]